BREVE STORIA DELLE ARTI MARZIALI A MANI NUDE

     

     

     

    L’origine delle arti marziali si perde nella notte dei tempi ma il loro sensazionale sviluppo in Asia si ebbe grazie alla fusione con i principi del buddismo indiano e del taoismo cinese. Il Giappone le ha fatto proprie, sviluppato e rielaborato le arti marziali cinesi fino a trasformarle in arti marziali nipponiche e come tali le ha esportate in tutto il mondo.

    Tra le poche testimonianze scritte dell’antichità, nel Libro degli Han (I secolo d.C.) Pan-Kun dedicò un capitolo all’arte della guerra, descrivendo dettagliatamente le forme di combattimento a mani nude. Nel III secolo il medico Hua-To mise a punto un sistema ginnico basato sull’osservazione del combattimento di cinque animali: tigre, orso, cervo, scimmia e gru. Questo parallelo ebbe successo nella mentalità cinese e la maggior parte delle scuole che seguirono presero esempio dal mondo animale, studiando di volta in volta le tecniche di combattimento del serpente, della mantide, del cavallo, e così via.

     

     Bodhidharma, L’Illuminato

     

      Il monaco indiano Bodhidharma (Ta-Mo / Damo in cinese, Daruma in giapponese), 28° patriarca buddista e seguace del Mahayana (la dottrina del «grande veicolo»), alla morte del suo maestro Prajnatara andò in Cina. Vi giunse nel 520 d.C. e fu ricevuto dall’imperatore Wu. Quindi, dopo un lungo peregrinare, soggiornò per molti anni nel monastero di Shao-lin (Sil-Lum in cantonese, Sho-rin in giapponese), che significa «giovane foresta». Il monastero fu costruito ai piedi del monte Song, nella provincia di Henan, secondo alcuni nel I° secolo a.C., secondo altri nel 495 d.C. dall’imperatore Wen Di per ospitare il monaco Ba Tuo della scuola Hinayana.

    La tradizione vuole che a Shaolin Bodhidharma abbia fondato una scuola impostata sulla meditazione: Dhyana in sanscrito, Chan in cinese, Zen in giapponese (ma è più probabile che la scuola si debba a Hui-neng, 6° patriarca dopo Bodhidharma). Convinto che corpo e spirito fossero indivisibili, insegnò inoltre ai monaci degli esercizi di respirazione e di ginnastica per fortificare il loro fisico, messo a dura prova da pesanti sedute di meditazione. Il suo metodo fu definito «shi-pa-Lo-han-sho» / «shiba Lohan shou», ossia «le diciotto mani di Lo-han» (Lo-han significa «discepolo di Budda»). Secondo la leggenda, poiché in India aveva fatto parte della casta dei guerrieri ksatriya, insegnò anche delle tecniche di combattimento a mani nude (Wu-shu, ossia «arte della guerra»; in giapponese Bu-jitsu; in Occidente più noto come Kung-fiu / Gongfu), che col tempo furono arricchite e perfezionate grazie al contributo di altri monaci e di esperti di arti marziali che si recavano a Shaolin attratti dalla crescente fama del luogo.

    Quella di Bodhidharma che insegna arti marziali ai monaci è solo una leggenda, visto che le arti marziali si praticavano molti secoli prima che lui giungesse in Cina, ma potrebbe così interpretarsi: l’avvento del buddismo, assai popolare, fornì alle discipline di combattimento il necessario substrato morale, giustificandone la pratica, che altrimenti sarebbe degenerata nell’egoismo e nella violenza.

    A Bodhidharma successe Shen Guang, che prese il nome di Hui Ke, che significa «capace di saggezza».

    Il terzo patriarca di Shaolin fu Seng Can (circa 606), il quarto Dao Xiii (580-651), il quinto Weng Ren (601-675), il sesto Hui Neng (638-713), che ebbe un larghissimo seguito. A lui successe Shen Hui, considerato dagli studiosi il più grande di tutti i patriarchi.

     

     Neijia e Waijia

     

    I tanti metodi di combattimento nati a Shaolin si sono sviluppati lungo due direttrici. La prima prende il nome di Nei-chia / Nezjia, stili “interni” o “morbidi” di combattimento, che privilegia gli aspetti filosofici e metafisici e comprende tre stili principali: Tai-chi-chuan / Taijiquan, Pa-Kua / Bagua e Hsing-i / Xingyi. La base spirituale dei tre stili è costituita dallo I-Ching / Yijing, il Libro dei Mutamenti. Questi stili morbidi sviluppano il concetto taoista del Wu-wei, che viene solitamente tradotto «non azione», ma sarebbe meglio dire «non ingerenza». In sostanza è la capacità di dominare le circostanze senza opporvisi, che consente di sconfiggere un avversario cedendo apparentemente al suo assalto per neutralizzarlo con movimenti per lo più circolari, rivolgendo quindi contro di lui la sua stessa forza. La respirazione è profonda negli stili morbidi, superficiale in quelli duri. Gli stili morbidi, inoltre, si concentrano sull’energia vitale (chi in Cina, ki in Giappone, prana in India) per sviluppare la forza interiore, che può manifestarsi all’esterno con incredibile potenza anche nelle persone meno prestanti. Nessuno meglio del piccolo maestro Ueshiba ha saputo in tempi recenti esprimere la potenza del ki.

    Non è questa la sede per trattare del taoismo (tao dao in cinese, do in giapponese, significano “via”), ma va evidenziato che alla sua base stanno i due principi complementari yin e yang: nessuno dei due può esistere senza l’altro. Nel mondo tutto è in perpetua mutazione tra questi due poli attraverso combinazioni dinamiche. Lo Yang rappresenta la durezza e l’attacco, lo Yin la morbidezza e la difesa. Allo yin-yang in Giappone corrisponde il binomio in-yo. Le due forze inseparabili yun-yang sono rappresentate con il simbolo di un pesce nero con un occhio bianco e di un pesce bianco con un occhio nero all’interno di un cerchio.

    La seconda direttrice è la Wai-chia  Waijia, stili “esterni” o “duri” di combattimento, che si fonda sull’uso della forza in linea retta, dopo eventuali parate. Con il passare dei secoli gli stili esterni del nord (Bei-chuan) si differenziarono da quelli del sud (Nan-chuan), sia per la diversa costituzione fisica degli abitanti sia per il diverso stato dei luoghi. In sintesi possiamo dire che al nord si predilessero i movimenti lunghi e aggraziati, con calci alti, al sud i movimenti brevi e potenti, con calci bassi o pugni. Da qui il detto: «Bei tui, nan chuan» («Al nord le gambe, al sud le braccia», ovvero «Calci nel nord, pugni nel sud»), che sintetizzava la caratteristica più appariscente delle due tradizioni.

    Gli stili duri sono collegati al monastero Shaolun, gli stili morbidi ai templi taoisti. Il più importante tempio taoista fu quello posto sul monte Wu-Tang / Wudang, nella provincia di Hopei. Ricordo il detto: «Bei song Shaolin, nan zun Wudang» («Nel nord si stima Shaolin, nel sud è altamente considerato Wudang»).

    Questo dualismo tra stili duri e morbidi, pur evidente, non ha tuttavia confini rigidi:

    qualcosa degli uni confluisce sempre negli altri. Gli stili esteriori, più facili da comprendere e quindi meglio utilizzabili nella realtà del combattimento, ebbero maggiore popolarità e furono esportati in Corea e ad Okinawa, mentre gli stili interiori rimasero a lungo circoscritti agli strati superiori della società cinese. Gli stili duri in Corea generarono il Taekwondo, ad Okinawa il Karate; gli stili morbidi in Giappone generarono il Fujitsu, da cui sono derivati il Fudo e l’Aiki do.

      La storia del Kung-fu, come tutta la storia del pensiero cinese, è talmente complessa da scoraggiare un maggior approfondimento. Attraverso i secoli centinaia di “stili esterni” e decine di “interni” si sono formati, mescolati e sovrapposti.

     

     Karate:  l’Arte della Mano Vuota

     

      Il Karate nasce , secondo la storia più accreditata, in una piccola lingua di isole che collegano le isole maggiori del Giappone meridionale alla famosa isola sotto le coste cinesi di nome Taiwan. I giapponesi indicano queste isole col nome di Isole Ryukyu. La più grande ed importante di esse è l’isola di Okinawa.

     

    La Storia di Okinawa

     

        Si ritiene che i primi abitanti di Okinawa non provenissero solo dalla Cina, ma anche dalle isole settentrionali del Giappone e dall’Asia meridionale. D’altra parte studi archeologici dimostrano che la penetrazione di culture diverse da quella cinese siano continuate sino al 300 a.c.

    Nel periodo in cui le Arti Marziali cominciavano a svilupparsi il popolo di Okinawa viveva in modo molto semplice sostenuto da una forma di agricoltura rozza, dalla pesca ed dallo sfruttamento delle conchiglie marine per l’artigianato e come monete di scambio. Tuttavia, le continue invasioni militari da parte del Giappone che durarono dal sesto al nono secolo D.C. stimolarono, per cause di forza maggiore, il popolo nativo ad organizzarsi in gruppi di villaggi comandati da singoli capi.

    Si crearono così , verso il 1340 , tre regni rivali ed Okinawa si ritrovò disunita. Dieci anni più tardi, il più grande di questi regni iniziò relazioni politiche ed amministrative con la Cina, relazioni che furono ufficializzate nel 1372 dallo stesso Imperatore cinese. Attraverso questa alleanza, gli abitanti di Okinawa, come del resto tutti i popoli vicini alla Cina, tranne i Giapponesi , mandavano delegazioni con regolari cadenze annuali verso la patria madre con tributi ed onori per l’Imperatore. Alcuni nobili appartenenti a tali delegazioni avevano diritto a proseguire il loro cammino dalla costa fino alla corte imperiale. Alcuni giovani principi si iscrissero alle scuole create per studenti stranieri a Pechino, dove poterono apprendere la cultura, l’arte e le scienze cinesi. In tal modo molti abitanti di Okinawa divennero ospiti abituali della Capitale e della vita di corte in Cina, imparandone le tradizioni. Nel 1429, dopo alcune guerre intestine di poco conto, Okinawa fu unita sotto un unico regno e nacque la sua prima dinastia (Sho). Fu questa la premessa del periodo d’oro della storia di Okinawa. Sorsero attività commerciali e si creò una rete di vie commerciali che si estese non solo verso il Giappone e la Cina, ma fino all’Indocina, la Tailandia, la Malesia, l’Indonesia, il Borneo e la Filippine. Okinawa divenne la Venezia d’Oriente, un grande nodo per la distribuzione di legname pregiato, spezie, incensi, corna di animali, avorio, stagno e zucchero provenienti dall’Asia meridionale. Questi prodotti venivano scambiati con ceramiche d’arte, prodotti tessili, erbe medicinali e metalli preziosi dal Giappone, Korea e Cina.

    I marinai ed i commercianti di Okinawa visitarono dunque non soltanto la Cina ed il Giappone, ma tutti i porti dell’Asia orientale, fattore che ebbe influenze estremamente importanti per lo sviluppo delle arti marziali e per la loro storia.  

     

     

    Il Divieto per l’uso di Armi

     

        Un altro fatto di assoluto rilievo storico in questo periodo fu la caduta della dinastia Sho , verso il 1470, che creò un periodo di turbolenza politica e caos che finì solamente con l’avvento della nuova dinastia, sempre Sho, nel 1477. Il nuovo monarca, Sho Shin, dovette affrontare i nobili cavalieri della Guerra che erano saldamente protetti nei loro castelli lungo l’isola. Una delle prime norme introdotte dal monarca fu quella di bandire il trasporto d’armi da parte di chiunque, nobile o contadino. La seconda mossa del re fu quella di sequestrare tutte le armi del Paese e custodirle sotto sorveglianza continua nel proprio castello a Shuri. Infine ordinò a tutti i nobili, ora disarmati, di andare a vivere vicino a lui nella capitale del Paese. E’ interessante notare come questa politica di disarmare e poi” spodestare” i nobili ribelli di Okinawa anticipa scelte analoghe fatte successivamente dal Giappone. Infatti stesse norme nacquero negli editti di spada di Toyotomi nel 1586 e negli ordini dello Shogun di Tokugawa dove tutti i Signori della Guerra dovettero raccogliersi attorno a lui nella Capitale nel 1634. E’ un fatto, tuttavia, che lo Shogun non obbligasse, nonostante la natura intricata delle relazioni tra Cina e Giappone, gli abitanti di Okinawa ad interrompere le loro relazioni tributarie con la Cina. Al contrario, lo Shogun forzava gli abitanti di Okinawa a mantenere una facciata di fedeltà assoluta verso i cinesi. Qualora fossero sopraggiunti diplomatici dalla terraferma, i sovrani giapponesi avrebbero nascosto se stessi e tutto ciò che potesse tradire la loro presenza sul territorio. I contatti indiretti con la Cina, di cui i Giapponesi avevano bisogno, venivano dunque mantenuti attraverso Okinawa, anche se di fatto il benessere economico e l’indipendenza politica dell’isola di Okinawa dipendevano dal Giappone. Siamo nel 1609.

    Resta comunque il fatto che dopo il 1609 i giapponesi mantennero le regole che impedivano il possesso e l’uso di armi e la nobiltà isolana continuò a rimanere segregata nella città di Shuri. I Samurai giapponesi, peraltro, potevano trasportare armi anche ad Okinawa. Tale divieto esteso solo agli abitanti nativi dell’isola restò valido anche durante i periodi successivi della storia del Paese. Napoleone, infatti, nel 1816, nell’udire che vi era un piccolo Paese di nome Okinawa dove il popolo girava disarmato esclamò: “Non riesco a capire come possa esistere un popolo disinteressato alla Guerra....”

    Oggi, ad Okinawa, i più grandi Maestri di Karate ritengono che il divieto per le armi posto dal loro primo Re fu atto di grande saggezza e non di oppressione.

     

    L’Arte della Mano Vuota

     

    Questa breve descrizione storica getta le basi per un dibattito sulla grande tradizione di Okinawa per il Te, l’arte marziale della mano, in cui il corpo umano si allena per trasformarsi in qualsiasi arma per l’autodifesa.

    Karate, o Karate-do (l’arte di per sé), come lo conosciamo oggi, è un prodotto di sintesi tra l’antica arte Te del diciottesimo secolo, originaria di Okinawa, le antiche arti cinesi nate nel Tempio di Shaolin, ed altri stili praticati nel sud della Cina nella provincia del Fukien. Negli ultimi 70 anni, le Arti marziali giapponesi hanno molto influenzato il Karate come viene praticato in Giappone e poca ditale influenza è rientrata verso l’origine e cioè Okinawa.

    Te è un’arte  nata  almeno 1000 fa. Gli  abitanti di  Okinawa di quel periodo non erano ricchi e vi erano poche armi disponibili. I territori non erano unificati e la coscienza di una forma di autodifesa si fece strada in modo prepotente e sarebbe stata poi la progenitrice di una forma di difesa personale indigena. Più tardi, tra quindicesimo e sedicesimo secolo, quando gli isolani iniziarono a viaggiare molto per il commercio, sicuramente incontrarono altri sistemi di combattimento nel Sud dell’Asia che avrebbero influenzato la loro arte locale. Alcune tecniche nel karate di oggi sembrano appartenere a quella zona del mondo dove sono nate arti antichissime per il combattimento. Tuttavia lo stile di Okinawa è unico e tutto ciò che provenisse da altre parti del mondo è stato sempre ritrasformato in modo da amalgamarsi ai principi di combattimento di Okinawa. Tra  questi  l’uso  della  mano (te) e del pugno.

     

     La Divergenza tra Arti ad Okinawa

     

        Quando il Re Sho Shin disarmò i nobili e li raccolse intorno a sé nella città di Shun , si ritiene che sorsero 2 movimenti ad Okinawa. Da una parte i nobili, che unendosi, impararono e svilupparono l’arte del combattimento a mano nuda (te). D’altra parte, i contadini ed i pescatori iniziarono a sviluppare l’uso di armi che nascevano dal loro mondo del lavoro. Falci, falcetti, bastoni per la mietitura e la pulitura delle sementi, briglie per cavalli e persino remi da barca divennero ben presto armi letali.

    Entrambe le nuove scuole, quella disarmata e quella armata, venivano praticate in massima segretezza e confinate nelle rispettive classi sociali il Te veniva praticato dai nobili della corte reale ed il Ryukyu bujitsu ( Arte con armi di Ryukyu) crebbe tra la gente comune. Anche nel ventesimo secolo, alcuni tra i maestri di karate più famosi, tra cui il più noto, Chotoku Kyan, erano e sono tuttora discendenti delle nobili famiglie della città di Shuri.

    La prima manifestazione, tramandataci, di arti marziali cinesi ad Okinawa risale al 1761. Ci sono anche alcune storie biografiche di maestri del Te dell’epoca. Alcuni di questi maestri, compreso Chatan Yara hanno studiato in Cina, nella provincia di Fukien. Un grande maestro cinese, Kusanku passò 6 anni ad Okinawa. Durante il diciannovesimo secolo quest’arte iniziò a prendere il nome di T’ang-te o “Mano Cinese”. Anche se l’arte veniva praticata in segretezza ed in luoghi lontani, di notte o alle prime luci dell’alba, nacquero 3 stili differenti nei 3 centri urbani vicini alla capitale. Lo Shuri-te, arte sviluppata a Shuri, veniva praticata da Samurai della corte reale, mentre nella vicina Naha, porto di mare, ed a Toman, nelle vicinanze di Shuri, la gente sviluppò loro stili di Te. Le differenze stilistiche probabilmente derivano da differenti influenze tradizionali della Cina. Vi sono fatti che suggeriscono la nascita dello Shuri-te dall’arte del tempio di Shaolin, mentre lo Naha-te incorpora tecniche più morbide taoiste, che racchiudono molta attenzione verso la respirazione ed il controllo del Ki, la forza vitale, chiamato Chi in Cina.

    Il Tomari-te deriva da una fusione di entrambi gli stili precedenti.

    E’ importante far notare come le città di Shuri, Naha e Tomari distino tra loro soltanto di pochi chilometri e che le differenze tra le loro arti di combattere fossero date da differenze di “enfasi” nelle varie pratiche più che di stile vero e proprio. Sotto tali differenze superficiali, metodi e principi di tutto il karate di Okinawa sono assoggettati alla stessa Arte di combattimento.

    Alla fine del diciannovesimo secolo nomi e stili cambiarono ancora nomi. L’arte di Shuri e Tomari presero un unico nome di Shorin-ryu, che significa “la scuola del pino flessuoso”. Naha-te divenne quel che ora si chiama Goju-ryu, “la scuola dura e morbida” sviluppata dal maestro Higaonna  Kanryo. Lo Shorin-ryu si divide a sua volta in altre scuole che hanno lievi differenze tra loro. ll Goju-ryu è sempre rimasto stilisticamente unico. E’ nata anche una tradizione ad Okinawa ed in Giappone dove entrambi gli stili sono stati mescolati assieme ed insegnati come stile unico. La più grande scuola che insegna questo metodo è la scuola giapponese Shito-ryu, portata avanti dal maestro Mabuni.

    Per tradizione si suol dire che lo Shorin-ryu sia uno stile più leggero e veloce rispetto al Goju-ryu e che le posizioni siano generalmente più naturali. I kata delle due scuole sono leggermente diversi nel Goju-ryu i movimenti di braccia e gambe sono più circolari e con posizioni più basse. Viene anche data grande enfasi alle tecniche di respirazione.

    Nel 1935 , un comitato formato da maestri di stili diversi si trovò per decidere un nome da dare alla loro Arte. La chiamarono Karate, che significa mano vuota o arte della difesa senz’armi. Alcuni maestri ritengono che l’aggiunta di “do” (la via), andrebbe aggiunto al nome.

    Oggi il Karate è fiorente ad Okinawa. La distruzione degli edifici antichi e degli archivi storici durante la Seconda Guerra Mondiale ed in particolare durante la battaglia di Okinawa combattuta tra Giappone ed Alleati nel 1945, ha portato a valorizzare ancor più, tra la gente, la cultura locale attraverso la musica, il folclore e le arti marziali.

    Seguendo quella che è la storia pregressa , i maestri di karate ad Okinawa  sono tra i dignitari di più alto onore ed i Dojo (palestre per le Arti) sono molteplici nelle aree urbane di Naha e Shuri. Non essendovi maestri che predominino con il loro stile di insegnamento vi è molto spirito di unione ed affiatamento tra le varie scuole dell’isola.